ferrovieri e resistenza

Pagine di storia tratte dalla rivista "ancora IN MARCIA!" dell'aprile 1994.
1943: i ferrovieri escono da un ventennio particolarmente duro. Nel '23 sono stati aboliti i vincoli sull'orario di lavoro e decurtati i salari, mentre è partito un programma che porterà a ridurre gli organici di un terzo, obiettivo, questo, raggiunto anche grazie a 47.000 licenziamenti politici. Nel '25 viene sciolto il Sindacato (SFI), mentre una delibera del Gran Consiglio vieta lo sciopero ad alcune categorie, compresi i ferrovieri. L'anno dopo viene soppressa la rivista "In Marcia". Subito dopo l'8 settembre 1943, il corpo specializzato del genio ferrovieri della Wehrmacht, disloca presidi in tutti i principali impianti della rete; inoltre i treni sono spesso scortati da un soldato che prende posto in cabina di guida.


Milite scorta un locomotore.

Il traffico ferroviario assume un'importanza strategica fondamentale: basti pensare che tra il febbraio e l'aprile '44, diciottomila carri trasportano trecentomila tonnellate di merci dall'Italia alla Germania (con un calo a marzo, dovuto alla settimana di scioperi nelle fabbriche). Intanto vanno costituendosi i primi nuclei di partigiani e di ferrovieri, con lo scopo di sabotare le linee ed interrompere il traffico. Oltre che di fermare i treni merci ed i trasporti militari, si tratta di cercare di ostacolare il più possibile la marcia dei treni diretti ai campi di concentramento. Spesso si è detto che il coinvolgimento dei ferrovieri nella "battaglia dei binari" in Italia è stato inferiore a quello di altri paesi, della Francia in particolare. Se ciò è vero in generale, bisogna comunque tener presente, da un lato, che in alcuni casi i ferrovieri agiscono individualmente con azioni spontanee (come liberare di propria iniziativa i prigionieri dai treni, introdurre nei carri destinati al trasporto dei deportati dei gancetti per schiodare le assi, trazionare a strattoni per rompere i ganci di traino, eccetera), dall'altro che in alcune zone e situazioni l'azione e la lotta assumono un'intensità notevole. In tutto il periodo che va da giugno '44 al marzo '45, vengono compiute, secondo i bollettini di guerra del CVL, 5571 azioni di sabotaggio, che provocano la distruzione di 230 locomotive, 760 vagoni e 276 ponti. La maggior parte di queste è concentrata nel Veneto (Vicenza - Schio - Padova - Treviso) e in Piemonte (province di Novara e Vercelli). Sul fronte degli scioperi, agitazioni e scioperi bianchi sono segnalati in alcune località, senza alcun collegamento fra essi, come nel nodo di Bologna, subito dopo l'8 settembre '43, e nell'Officina di Vicenza nel dicembre '43. Alla settimana di scioperi del marzo '44 i ferrovieri partecipano solo in poche realtà isolate. Vi partecipano compatti i tramvieri milanesi, e ciò influisce notevolmente sugli effetti dello sciopero. In un primo tempo vengono sostituiti dai fascisti della "Muti", ma questi hanno più dimestichezza con il manganello che con il tram, e la sera vi sono numerose vetture sfasciate. Agli scioperanti verranno addebitati i danni, inoltre 60 di essi saranno deportati nei campi di concentramento, dove 38 moriranno.
Ciò che, in generale, caratterizza le lotte operaie del '44, è l'intreccio sempre più stretto tra rivendicazioni economiche-logistiche e la presa di coscienza di farla finita con il fascismo. In questo senso, l'agitazione ferroviaria di maggior rilievo è quella che inizia l'11 settembre nel nodo di Torino, e che va avanti per alcuni giorni. Le autorità cercano, riuscendovi, di impedire che la lotta sia estenda ai compartimenti limitrofi, facendo immediatamente delle concessioni: così, ad esempio a Milano, vengono distribuiti viveri, biciclette e scarpe, adeguando alcune indennità economiche. Nel frattempo la lotta di Torino va avanti, e solo dopo una settimana, prima con lusinghe e ritocchi alle competenze, poi con la forza e con minacce di ritorsioni alle famiglie degli scioperanti, due su tre riprendono il lavoro, non prima che siano state sabotate alcune linee e la piattaforma girevole in deposito. L'adesione dei macchinisti torinesi allo sciopero è totale, ed una parte di essi non rientra più in servizio collegandosi alle formazioni partigiane. La propaganda clandestina va lentamente intensificandosi, e nel febbraio '45 appare il primo numero del giornale "IL FERROVIERE".

Due mesi dopo, la categoria aderisce allo sciopero generale che precede il 25 aprile. I lavoratori hanno pagato un contributo di sangue altissimo nella guerra, nella resistenza e nelle deportazioni in quei campi di concentramento inaugurati proprio dagli operai tedeschi che si opponevano al nazismo. Anche i ferrovieri, soprattutto i licenziati politici del '22, conteranno i loro morti durante tutto il periodo dall'inizio della guerra alla Resistenza.
Siamo in piena ricostruzione, ma ora i lavoratori, in nome della politica di unità nazionale sostenuta dai partiti del CLN si vedono sacrificare aumenti salariali e miglioramenti delle proprie condizioni di vita, mentre i mezzi di produzione continuano ad essere nelle mani di quei padroni che si sono affrettati a togliersi la camicia nera. Stesso discorso per i ferrovieri, che per anni subirono le leggi restrittive emanate dal fascismo rispetto all'orario di lavoro.


Deragliamento di un treno nei pressi della stazione di Mergozzo.



Sabotaggio di partigiani su una linea biellese.

70° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE MARTIRI DI GRECO DEL D.L. MILANO GRECO, VIA ERNESTO BREDA 149, MILANO

Il 1944 è un anno terribile per la classe lavoratrice. Va sempre più accentuandosi la crisi dei generi di prima necessità: in moltissime zone mancano quasi del tutto frutta, verdura e grassi, scarseggiano combustibile e vestiario mentre il mercato nero dilaga. Gli aumenti salariali strappati dalgi operai con le durissime agitazioni del'anno precedente sono stati subito annullati dall'aumento dei prezzi. Ma gli scioperi che scoppiano nelle fabbriche del nord nella prima settimana di marzo superano, per intensità, tutti quelli precedenti. Anche nel milanese, lo sciopero dilaga dalle grandi industrie (36000 operai coinvolti solo a Sesto San Giovanni) alle medie e piccole. Anche i tram si fermano. Fascisti e nazisti tentano con ogni mezzo di far riprendere il lavoro. Davanti ad alcune fabbriche vengono piazzate le mitragliatrici puntate sugli operai, gli industriali si incontrano con il criminale di guerra Zimmermann per mettere a punto la strategia repressiva. La lotta va avanti una settimana. Sette giorni di paralisi per la produzione bellica ed industriale, e la vendetta non si fa attendere: migliaia di operai vengono arrestati e caricati sui treni diretti ai campi di concentramento. La deportazione non significa solo lavori forzati, ma, quasi sempre, una morte atroce di stenti, di fame, di torture. Bisogna fare qualcosa per sabotare il trasporto della produzione e per ostacolare le deportazioni. Bisogna colpire i punti strategici. Milano Greco, giugno 1944. Periferia Nord di Milano, vicino agli stabilimenti della Pirelli. Qui si trovano le officine per la ripatazione delle Locomotive, strettamente sorvegliate da reparti della Feldgendarmerie, del Genio della Wehrmacht e delle SS. E' un nodo fondamentale: vi passa la linea interazionale del Gottardo, vi è collegata la cintura milanese, e alle Officine arrivano (quelle che vi riescono) le locomotive rese inefficienti dai sabotaggi. Da questi binari sono transitati centinaia di carri bestiame da cui uscivano grida disperate. Ogni volta che era possibile, il macchinista rallentava più del necessario, qualche carro veniva forzato e qualcuno saltava giù. Fuggiva in tal modo da un tragico destino, interrompendo un viaggio quasi certamente di sola andata. Talvolta, qualche mano furtiva riusciva a gettare negli spiragli una borraccia o un pezzo di pane. Quelle di Milano Greco sono Officine di vitale importanza: i nazisti lo sanno, ed hanno provveduto a mimetizzarle contro eventuali attacchi aerei, dipingendone i capannoni di verde e di giallo. Milioni di civili hanno perso la vita in bombardamenti destinati, secondo i promotori, ad "obiettivi strategici e militari". Durante il secondo conflitto mondiale, gli Alleati bombardano Dresda, priva di tali obiettivi, e fanno più vittime dell'atomica di Hiroshima...
Ma chi colpirà agirà dall'interno.Quello delle incursioni aeree rappresenta un esempio costante della barbarie di ogni guerra. Quattro ferrovieri, quattro uomini che conoscono ogni angolo delle Officine, vengono reclutati per un'azione di sabotaggio dalla 3^ brigata GAP "Rubini". L'azione è descritta nel libro "SENZA TREGUA-LA GUERRA DEI GAP" di Pesce, Gapppista che partecipa alla stesura del piano.
E' una notte stellata, quella del 25 giugno a Greco. Un treno si ferma alla stazione, da terra viene gridato un ordine, la risposta dalla locomotiva è: "jawohl, jawhol". Poi il treno riparte, successivamente due sentinelle si scambiano le consegne presso il fabbricato di viaggiatori. Dalla parte opposta, quattro uomini camminano curvi sull'erba di un prato, portandosi a ridosso delle Officine. Hanno con sè quasi un quintale di esplosivo, suddiviso in pacchi, ciascuno con una miccia di venti minuti. Verranno collocati nei forni di combustione delle locomotive a vapore e nel "traghetto", il ponte mobile che corre lungo una fossa collegando tra loro i capannoni. Ora i quattro sono stesi a terra, studiano il percorso di una sentinella. Poi si dividono, su è giù dalle scalette delle locomotive. Una ha il forno acceso, ed allora il tritolo viene destinato alla cabina A.T. di un locomotore elettrico. Tutto procede, manca il ponte mobile, si sente un rumore di stivali sui binari ed improvvisamente uno grida in tedesco. I quattro devono restare immobili, forse la sentinella non si è accorta di nulla. Infatti una voce dall'altro lato dello scalo gli risponde, e la sentinella si allontana. Via, non c'è più tempo, le micce hanno quasi finito la corsa. La carica destinata al "traghetto" viene collocata tra gli assi di una locomotiva con il forno acceso, ma c'è un altro imprevisto: un ferroviere sale per riposare su un locomotore minato. E' un attimo, uno dei quattro torna indietro, prende la carica e la deposita su un altro locomotore. Sono ancora in fuga, quando avvengono le esplosioni a distanza ravvicinata. Un momento dopo brucia il serbatorio dei lubrificanti, mentre parte il fuoco delle armi delle sentinelle. Ma i quattro sono in salvo. Dopo giorni di interrogatori e di perquisizioni, quaranta ferrovieri di Milano Greco vengono arrestati una mattina, al loro arrivo alle Officine. Sono tradotti in carcere, qualcuno viene torturato, ma il muro del silenzio tiene: nessuno parla. Non parlano neanche Antonio Colombo, Carlo Mariani e Siro Mazzetti. Sono antifascisti, gli hanno trovato addosso dei volantini. In carcere non verranno torturati, non sono minimamente sospettati di essere gli autori del sabotaggio. L'ultima notte della loro vita la passano su un tavolaccio del carcere. Poi, la mattina del 15 luglio, un furgone li conduce a Greco. Ma quella mattina non riprenderanno il lavoro. Una raffica li falcia davanti agli altri operai, radunati con la forza ad assistere alla rappresaglia. Così muiono i tre martiri di Milano Greco. Ma noi pensiamo che oggi, a sessantasette anni di distanza, il modo migliore di ricordare il sacrificio di questi nostri compagni, sia quello di lottare con coscienza e dignità di classe, perché tre operai ci hanno insegnato che queste sono due cose che non vengono meno neanche di fronte alla morte.
La lapide dei tre ferrovieri martiri si trova ubicata sulla fiancata laterale degli uffici del Deposito di Milano Greco.
Tutti gli anni, in occasione della Festa della Liberazione, vengono ricordati i martiri di Greco con la deposizione delle corone sulla lapide.


Foto Bonmartini.


Foto Bonmartini.